PAGATI PER SCRIVERE

BARRIERE ARCHITETTONICHE: IMBARAZZO E COMPASSIONE

Un mio pezzo per la rivista locale “Il Basso Vicentino”

Da quando sono diventata mamma di Ludovica, non ho ben chiaro se la mia nuova vita mi abbia concesso nuovi sensi o se abbia animato quelli di cui già disponevo. Propendo per quest’ultima ipotesi. Così sono convinta che una bambina non abbia regalato nuovi odori, un nuovo campo visivo, rilievi più spessi, ma nuove, immediate, sensazioni.

Lo definirei così, il nuovo sguardo, nato assieme alla mia maternità.

Sensazioni nuove, stupende, indescrivibili, ma anche, altre, dolorose. 

Mi ritrovo sconcertata a riflettere sulle preoccupazioni, sulle malattie, sulla solitudine, sulla depressione. Rifletto su cosa sia la protezione, su come si possano evitare dolori, delusioni, ferite al cuore o ginocchia sbucciate. Penso a come si rimedia, quando e se (fortunatamente o disgraziatamente, in base a quello che ci riserva il futuro) certe circostanze ci toccassero per davvero.

Mi riferisco alla vita pratica, quella fatta di sveglie che suonano, oggetti da raccogliere, strade ricoperte di foglie, marciapiedi sporchi e porte da spingere. Bagni impraticabili, scalini troppo alti, passaggi incredibilmente stretti.

Questo è quello di cui mi sono accorta facendo una cosa bellissima, come spingere una carrozzina, con dentro una neonata che si prende un piedino. 

Ma se non fosse una carrozzina per neonati? Se fosse un altro tipo di carrozzina?

Ho pensato a quelle che vengono comunemente chiamate “barriere architettoniche” ed alle persone che, loro malgrado, si trovano a doverle superare, aggirare, abbattere e maledire: le persone in condizione di disabilità.

Ho ponderato ed usato precisamente le parole “condizione di disabilità”, perchè i termini adatti per queste persone, a mio parere, non esistono. Ho cercato, vocabolario alla mano, qualcosa che non fosse “disabilità” o “diversamente abile”, piuttosto che “invalido” o “portatore di handicap”. Ho cercato termini, cioè, che non fossero una sineddoche: che non permettessero ad una sola parte di una persona di definirne il tutto. Ho cercato sinonimi, che rappresentassero quella persona con una o più disabilità, senza svilirla, sottintendere una mancanza di valore, una diversità a tutti i costi, un essere “incapace di”.

Non l’ho trovato. E mi scuso io, che vivo di uso delle parole, mettendone una dietro l’altra, usando le migliori che possiedo, se siamo così indietro da non essere capaci di creare nuovi concetti da esprimere, reprimendone altri.

Ho chiesto alla mamma di una mia cara amica, che dovrebbe essere libera grazie ad una carrozzina, cosa siano queste barriere architettoniche

Definizione che catapulta l’immaginario verso muri di cemento armato, fossati e cancelli, quando invece stiamo parlando di oggetti di uso quotidiano: piccoli, insormontabili, ostacoli.

Per non partire male, con quel generico “non funziona niente in Italia”, le ho chiesto, al contrario, di dirmi una bella realtà. Un luogo, un paese, una città, dove sia rimasta piacevolmente stupita. Siamo partite male lo stesso: dove ci sono marciapiedi bellissimi, le entrate dei luoghi pubblici sono troppo strette. Dove sono i locali ad essere perfettamente fruibili, i marciapiedi sono impraticabili (penso ad esempio alle radici che spuntano o all’angustia in certi punti). Ascensori di hotel dove non ci si entra, bagni con le scale, rampe inesistenti, porte così pesanti da dover chiamare aiuto,…pensi siano i locali vecchi, quelli che si devono ancora aggiornare. Ma quelli “moderni” sono spesso ancora peggio: tavolini alti, casse oltre le vetrine di banconi con spessori larghi come una carreggiata.

E’ difficile spiegare, fino a che non senti un “l’aiuto signora…permette?” e sedie che si spostano, gente che si alza, tavoli che stridono, “ci passa?”, e attacchi da una parte, in bagno non ci stai, ti incastri davanti a un lavandino, sudi perchè non sai come uscirne,… 

Se non si provasse imbarazzo nè compassione, le persone in condizione di disabilità manterrebbero dignità, indipendenza e libertà.

Amo la mia nazione, se non fosse che spesso siamo troppo italiani: quelli che sbandierano il buonismo e la moralità pubblica, quelli che sono avanti, maestri di design, e di tendenza, ma poi tornano indietro, e si fanno bloccare dalla ruota. Una roba che è stata inventata seimila anni fa, per facilitare la vita degli uomini. 

Una cosa che, moltiplicata per quattro, sotto ad una sedia, ha lo scopo preciso di rendere, come dicevo sopra, liberi coloro che la usano. E ci si aspetterebbe che il moderno tenesse il tempo al buonsenso, che guardare con occhio moderno significasse spostare lo sguardo dal superficiale, verso l’essenziale. Che si smettesse di passare dal buonismo, coi suoi colori spenti, al fanatismo, dai colori violenti: fermiamoci lì, nella terra di mezzo, dove i colori sono normali e le barriere architettoniche, prima di tutto, non si chiamano “imbarazzo” e “compassione”.


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